Zaira's Blog

L’altra metà della mela: l'Introverso

Zaira Cestari

22/08/2018

(Fotografia di Zaira Cestari. Larrybane Quarry, Irlanda del nord)

Articolo tratto dal blog Quiet Revolution

” Venivo spesso chiamata “timida” quando ero piccola. Scommetto quanti di noi lo erano. I grandi gruppi di bambini mi rendevano ansiosa, e questo era un problema, perchè la scuola è qualcosa di conosciuto per i suoi grandi gruppi di bambini. Fuori da scuola, c’erano feste di compleanno con lotte, adunate rumorose da cercare di evitare. Niente mi faceva sorgere sintomi psicosomatici piu della frase “incontriamoci alla pista di pattinaggio”.

Con il passare degli anni cercavo di fare in modo di reprimere cio che gli altri percepivano come “timidezza”. Ho interiorizzato il concetto che sarei stata piu accettatata ad essere estroversa, cosi ho imparato ad essere una farfalla sociale e feci in tempo a sentirmi (una sorta) tale.

Cosi sono cresciuta e ho avuto un bambino, e si rivelò essere maldisposto alle feste come me.Io compresi da dove veniva, ma sarei stata bugiarda se avessi detto di essere stata a mio agio con ciò. Non ero a mio agio con me stessa, appunto; come avrei potuto abbracciare la natura di mio figlio?”

Ho solo potuto rileggere in tempo i consigli di Priscilla Gilmann sul sito “Quiet Revolution“. E’ un dolce e sensibile invito a incoraggiare e stimolare un bimbo introverso (riservato) senza farlo sentire come un disadattato. Abbiamo bisogno di maggiori suggerimenti come questo: il suggerimento di rispettare il temperamento dei bambini, per sorreggerli invece che scoraggiarli, cosi da sollevarli da un senso di vergogna.

Traduzione mia dall’inglese all’italiano

 

 

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Babadook. Cosa si può celare nell'horror

Zaira Cestari

21/08/2018

La paura nasce dalla presenza di un muro, eppure è in esso che cerca conforto. La paura nasce dalla ferita e tende a perpetuare questa ferita come a non volerla vedere, la ferita fa infezione se non vista e curata. In Babadook (A Bad Book) la protagonista teme il suo conflitto. Teme il muro tra odio e amore. E tra amore e potere. Non può guardare questo muro, e cosi non può trasformarlo, scavalcarlo, abbatterlo. Ma così esso si erge sempre piu alto, e dall’interno si estende all’esterno. Prima nella scrittura di un libro, e poi, nel suo bambino. Ma il bambino, proprio perchè è bambino, non ha cosi paura e vede il muro. Sa che esso c’è. La mamma no. La mamma razionalizza e vuole separare bene e male, vero e falso. Così il muro arriva a dividere anche il mondo esterno. Vita e morte. Realtà rassicurante e le ombre di questa realtà. Ciò che era in lei, e poi nel libro, diviene vivo ovunque e sempre. La mamma vede questa cesura, questo crepaccio solo quando l’energia che si crea da quella faglia crea immagini, che si stagliano sulla protagonista fino a farle guardare la ferita. Lì, la paura cessa. Anche in me che guardavo il film. La tensione dell’horror si è trasformato in puro dolore e in pianto. Ho riconosciuto il simbolo della ferita originaria. Quella ferita che va accolta, comunque e indipendentemente da quanto essa sia grande o profonda. Ognuno si porta una ferita, è la stessa per tutti, ma ogni ferita è unica per forma, dimensioni, localizzazione. Questa ferita mai sparirà, ma se riconosciuta la si potrà curare, cicatrizzare, accarezzare. Grazie a Jennifer Kent, la regista, che è andata in fondo a interrogare e[...]