Zaira's Blog

Psicologia e corpo. La mano sinistra: Altra mano

Zaira Cestari

23/08/2018

(Immagine gentilmente concessa dal blog Jung Italia)

L’ESPERIENZA SENSORIALE

Tra le immagini che più, silenziosamente accompagnano la mia atmosfera psichica, c’è un gran bollo rosso dipinto sulla mia mano destra.Credo fosse la seconda elementare, la lezione di “didattica”, l’ora della terza maestra, oltre all’ora della maestra di italiano e a quella di matematica.La ricordo come l’ora più luminosa, chiara, trasparente, forse per l’aula più esposta al sole, o forse per la specificità di ciò che veniva affrontato: in quell’ora si facevano le cose “vere”, i regoli per contare venivano costruiti in grande, i diagrammi venivano disegnati sul pavimento e i bambini divenivano i costituenti degli insiemi, la sinistra e la destra si imparavano con bolli rossi e gesti tipici.

Il passato legato all’esperienza e al tempo delle scuole elementari lo avverto, per mia “fortuna” e gioia, come qualcosa di fluido, le immagini si susseguono una accanto all’altra come legate da un senso coerente, non ci sono nette predominanze né di intensità né di valore.Ma quel bollo rosso sulla mano destra mi accompagna silente in ogni mio gesto. Quel bollo rosso emerge dal tutto dei ricordi come qualcosa di cruciale. Se mi soffermo, ricordo distintamente la maestra che mi ridisegna il bollo sulla mano giusta.L’avevo disegnato sulla sinistra quando aveva detto: “disegnate un bollo sulla mano che preferite”. Non ricordo quale pensiero accompagnò la mia scelta della mano preferita, e se mai ci fu una consapevolezza rispetto a quale fosse la mia mano prediletta.

 

SENTIMENTI DI RADICI

Mi sono accorta negli anni, che il ricordo del bollo mi accompagna come un segnale che mi indica qual è la forma e la direzione adatta. Il bollo mi rassicura, come se mi sentissi guidata a non sbagliare. A non sbagliare direzione  nel muovermi là fuori e a non sbagliare modo di stare al mondo.

Talvolta per ricordarmi qual è la destra immagino di nuovo la mia mano destra contraddistinta dal bollo rosso. La sinistra la riconosco perché è l’altra rispetto al bollo rosso.

La mano destra è la maestra, la guida per essere brava, il giusto, ed è colorata di un colore caldo.La mano sinistra è quella non colorata, sta dietro, nell’ombra, è più fredda. Ma è anche la mano da nascondere, quella segreta, quella mia.

Mentre scrivo e mentre rammento, due sentimenti sgorgano dal profondo.

Il primo, in un ordine che appare muovendosi dalla parola all’immagine, da ciò è che emerso in superficie a ciò che è rimasto segreto, è il sentimento di calore dell’essere immersa in una comunità, in una famiglia, che mi riconosce come colei che ha ben riconosciuto e ben usa la mano destra.               

Il secondo sentimento, nettamente distinto sia per intensità che per importanza, è un sentimento più sognato in solitudine, legato all’amico immaginario e alle voci fuori campo che da bambina sentivo e riconoscevo come provenienti da altri mondi. E’ un sentimento da vivere da solitaria e da immaginare solo idealmente come qualcosa di condivisibile. E’ quella mano sinistra che si nasconde, ma che più sa quando urge un sapere diverso, un calore diverso, quando la sicurezza esterna è fallace, quando il calore là fuori sembra non sufficiente.

La mia mano destra sa scrivere bene, disegnare bene e fare le cose bene. Talvolta è l’inverso. La manualità diviene, in circostanze che hanno un sapore estraneo al mondo delle parole, minima, impacciata, goffa. E’ come se la sinistra, lasciata là ad aspettare di vivere, giocasse scherzi alla destra. Sbagliare è sinistro: lo sbaglio può essere fatale, può spezzare legami, fiducie, allontanare opportunità e relegare in posizioni scomode, anguste. Lo sbaglio, prima o poi, più facilmente se è ripetuto, ci costringe a rivolgere lo sguardo verso noi stessi, a penetrare oltre ai significati più comunemente comunicabili. La sinistra, che sia la preferita o meno, che sia usata o no, diventa, in uno spazio e in un tempo in cui il bollo si fa sulla destra, in cui la  regola per un convivere comune e per un accordo che facilita la comunicazione, è rappresentato dalla destra, diviene il simbolo di ciò che non vige, dello sbaglio, dell’altrove. Ma in quanto altro è quella porta mai aperta, è la porta segreta.

 

[Questo passo che segue è tratto dall’autobiografia di Jung, Ricordi, Sogni, Riflessioni 

“ Ero certo che lì nessuno avrebbe mai potuto scoprire il segreto e distruggerlo. Mi sentivo salvo, e il penoso sentimento di essere in contrasto con me sesso era sparito. (…)

 

Di tanto in tanto, spesso anche a distanza  di settimane, di nascosto, sgattaiolavo in soffitta, dove sapevo che nessuno mi avrebbe visto, mi arrampicavo sulla trave e, aperto l’astuccio, contemplavo il mio manichino e la sua pietra; ogni volta mettevo nell’astuccio un piccolo rotolino sul quale prima a scuola, avevo scritto qualcosa in un alfabeto segreto di mia invenzione.

Erano striscioline di carta, fittamente ricoperte di scrittura, che venivano arrotolate e affidate all’omino perché le custodisse. (…). Non mi preoccupai mai di cercare un significato o di spiegarmi il perché di ciò che facevo; mi appagavo del sentimento della riconquistata sicurezza, ed ero contento di possedere qualcosa che nessuno potesse conoscere o scoprire.

Costituiva un segreto inviolabile, che non doveva mai essere tradito, pena la salvezza della mia vita, del quale non mi chiedevo il perché. Era così e basta. L’avere un segreto fu un fatto che influì fortemente sulla formazione del mio carattere, e lo considero il fattore essenziale della mia fanciullezza.”  (edito da Rizzoli, Milano, 2013. p. 38-39)

Il segreto è la risorsa più famigliare, spesso mai detta, spesso è senza parole, spesso dimenticata. E’ la casa interiore. E’ da lì che attingiamo per ogni trasformazione. Trasformazione che ci porta ad essere più pienamente quello che già siamo, quello che già è inscritto in quel segreto.“In molti casi psichiatrici, il paziente ha una storia, che non è stata raccontata a nessuno, e che di solito nessuno conosce. Secondo me, la terapia comincia veramente solo dopo aver indagato su questa storia personale. È il segreto del paziente, la causa della sua rovina, che rappresenta però anche la chiave del suo trattamento.” (ibidem.)

 

INTUIZIONI CLINICHE

O. giunge in seduta dopo avermi sentito parlare ad un seminario cittadino a proposito di psicosi e psicopatologie gravi.                                            Dice di non fidarsi di chi pretende di curare senza aver un po’ di sentore di ciò che ci si accinge a curare.In me, dice, è come se avesse riconosciuto qualcosa, quando parlavo della psicosi come se parlassi di biodiversità, di una pianta che crescendo in un terreno a lei ostile, pur di crescere, sviluppa una sua forma rara, particolare, che li’, in quel luogo magari in pendio, si regge, mentre se fosse trapiantata in un terreno piano, cadrebbe. Ad O. è stata diagnosticata psicosi all’età di 20 anni, ora ne ha 30. Da 10 anni assume psicofarmaci, prevalentemente diffusi come stabilizzanti dell’umore.O. mi sembra, e lo confermo dopo un anno di incontri clinici, un ragazzo dal pensiero ben differenz…

 

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